Liberare i laici dal loro ruolo subordinato
Oltrepasserebbe davvero ogni mia aspettativa se la commissione sinodale per la riforma del codice di diritto canonico proponesse di modificare anche il secondo comma del canone 129, che recita: "Nell'esercizio di questa potestà, i fedeli laici possono cooperare secondo il diritto".
Se oltre a eliminare il primo comma, come proponevo nel mio precedente articolo di questo blog, la commissione sostenesse la modifica del secondo paragrafo, per offrire anche ai laici la piena partecipazione all’esercizio della potestà di governo, sarebbe davvero il segno di una profonda riforma istituzionale. Segnerebbe la definitiva liberazione dei laici dal loro ruolo subordinato rispetto al clero. D’altra parte, comporterebbe l’assunzione da parte loro di una serie di iniziative: dal celebrare delle liturgie anche in assenza di un prete, al battezzare fratelli e sorelle su incarico della comunità, al riunirsi in assemblea per eleggere i propri consigli pastorali. Insomma, significherebbe assumersi le proprie responsabilità non più solo come singoli fedeli, ma come comunità giuridicamente riconosciuta. Di certo già succede da qualche parte, specialmente in America Latina, ma sono eccezioni, perché il secondo paragrafo del canone 129 non prevede altro per i laici che cooperino col clero, mantenendo così una stratificazione della comunità ecclesiale tutt’altro che sinodale.
La “potestà di governo”
A proposito del primo paragrafo dello stesso can. 129, ho sollevato il problema del clericalismo come una “piaga” radicata nel diritto canonico, quando questi divide l’unico popolo di Dio in una parte idonea a comandare e l’altra inabile al governo. Ho sottolineato che questa scelta discriminante non ha giustificazioni né bibliche né teologiche ed è semplicemente il frutto di un’evoluzione storico-societaria dell’istituzione ecclesiastica, lungo la sua storia millenaria. Ci troviamo ora di fronte a un secondo ostacolo da rimuovere, perché il secondo paragrafo del canone 129, afferma che la parte del popolo di Dio appena dichiarata inadatta a governare, ha la possibilità di “cooperare” con coloro che comandano. In questione è la struttura di potere, quella che in termini giuridici si definisce “potestas regiminis”, la potestà di governo, e in gioco c’è il ruolo apicale del clero e quello subordinato dei laici e di tutti coloro che non hanno ricevuto il sacramento dell’ordine. Non si tratta quindi di una "correzione" del primo paragrafo, intesa a compensare il potere del clero, ma semplicemente di un corollario che giustifica la separazione di coloro che sono idonei al potere da coloro che non lo sono. Infatti, ammettendo i fedeli laici a cooperare con il potere clericale, si stabilisce il ruolo subordinato dei laici rispetto al clero, poiché i primi possono solo cooperare con questi ultimi, e si trascura in definitiva il carattere ministeriale della Chiesa, lo si riduce a una semplice iniziativa di cooptazione ad opera dei ministri ordinati.
Il recupero della ministerialità
In una Chiesa sinodale, è la comunità nel suo insieme che è chiamata a identificare i carismi dei suoi membri per affidare loro un ministero, e questo processo non può essere ridotto al solo esercizio del potere di governo del clero. In altre parole, il secondo paragrafo del can. 129 è una concessione fatta a tutti coloro che non sono idonei al governo della Chiesa perché non sono stati ordinati ma, per gentil favore, sono ammessi a cooperare con chi ne è abilitato. Una tale prospettiva non può coesistere con una visione di Chiesa sinodale: o vogliamo una struttura gerarchica stratificata, dove un’élite di battezzati è abilitata a comandare e la maggioranza non può che obbedire ed eventualmente cooperare, su invito di quella stessa élite e secondo le modalità stabilite dal codice, oppure vogliamo costruire una comunità partecipativa, egualitaria e ministeriale, dove gli incarichi sono distribuiti attraverso una ponderazione collettiva e una scelta il più possibile unanime. Le due organizzazioni sono antitetiche: o manteniamo l’una e non parliamo più di chiesa sinodale o costruiamo quest’ultima e modifichiamo i canoni che abbiamo ereditato dalla strutturazione gerarchica medievale.
Una comunità capace di decidere
La questione, in fin dei conti, riguarda il nostro modo di fare chiesa: o continuiamo a considerare il “popolo” di Dio come una massa da governare e da dirigere ad opera di un’élite prescelta e autogiustificante, oppure decidiamo di costituire un soggetto pastorale unico e unitario, seppur disomogeneo. La disomogeneità è data dal fatto che i membri di questo popolo godono di pari dignità (cf. LG 32) ma rivestono ruoli e incarichi differenti, secondo le capacità e le caratteristiche che lo stesso popolo riconosce a ciascuno, per mezzo di un efficace meccanismo di verifica, universalmente accolto. È in questo senso che vedrei opportuna la modifica del can. 129, innanzitutto rendendo tutti i membri del popolo di Dio abili a governare (§ 1) e inoltre dichiarando la comunità ecclesiale un soggetto giuridico derimente, cioè in grado di decidere dell’abilità di governo degli eventuali candidati al suo esercizio, attraverso un preciso meccanismo da tutti conosciuto e condiviso (ma ancora da precisare). La comunità dei fedeli acquisterebbe così quella personalità giuridica che il codice le conferisce di diritto (cf. can. 515) ma non di fatto, perché in realtà l’unica persona giuridica che rappresenti la comunità non è altro che il parroco (cf. can. 532). Una volta stabilita tale modalità di discernimento, sarà superfluo sancire che “i fedeli laici possono cooperare” con chi governa la comunità, perché implicito nella dinamica stessa di riconoscimento del ministero di governo. In gioco ci sembra quindi il ruolo della comunità cristiana nel suo insieme: entreremo meglio su questo tema a proposito di altri canoni, ma già fin d’ora emerge la necessità di una soggettività giuridica più chiara e operativa della comunità di fedeli.
Quale cooperazione per quale ruolo?
Se la soppressione del primo comma del can. 129 rende inutile il secondo paragrafo, si dovrebbe in ogni caso rilevare che la cooperazione attualmente riservata ai laici resta piuttosto vaga, se non del tutto marginale: cosa può comportare infatti quest’eventuale collaborazione nell’esercizio di una potestà di governo? Può andare dall’essere associati alla presa di decisione alla semplice esecuzione degli ordini ricevuti. Eppure, Gesù aveva le idee chiare sul come esercitare il potere nella comunità ecclesiale: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più piccolo, e chi governa come colui che serve» (Lc 22,25-26). Se dunque il ministero di governo non è finalizzato al comando e non deriva direttamente dall'ordinazione (come già detto), il ruolo subordinato dei laici è a sua volta ingiustificato e la cooperazione evocata dal secondo comma del can. 129 non può rimandare ad altro che all’eventuale ministero affidato al laico o alla laica interessati. L’espressione “cooperare secondo il diritto” non dovrebbe perciò significare altro che “esercitare il ministero ricevuto secondo il diritto”.
La missione, tra governo e comunione
Il problema è che la mancanza di comunione tra i cristiani è innanzitutto una questione di governo, o meglio, di mancanza di un governo coerente col Vangelo: per quanto tempo ci siamo uccisi a vicenda nel vecchio continente in nome della religione cristiana? Per quanti decenni i ferventi cristiani del Nord America hanno calpestato i diritti dei loro fratelli del Sud imponendo loro dittature di inaudita violenza? E ancora oggi, sotto i nostri occhi, fratelli cristiani si uccidono sul suolo ucraino. Vediamo capi di Stato cristiani calpestare il diritto internazionale, bombardare civili sul "suolo nemico", o semplicemente calpestare i diritti umani degli oppositori sul proprio suolo nazionale: non è forse giunto il momento di chiarire meglio qual è la missione della Chiesa di fronte a questa umanità frammentata e sofferente? Dunque, per poter camminare insieme come fratelli e sorelle, siamo capaci di porre delle pietre miliari concrete di una Chiesa sinodale? Una Chiesa capace di essere “strumento di unità del genere umano”, come ci chiede il Concilio (LG 1), e non lo strumento di una politica conservatrice e populista, finalizzata a sostenere i privilegi dei pochi ricchi, collusi con la gerarchia ecclesiastica, a scapito delle condizioni disagiate di molti, troppi, poveri lasciati a sé stessi e convinti che il vero problema sono i migranti?

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