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Sinodo e Codice, un dialogo tra sordi?

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  Il dialogo tra persone sorde in genere è ricco di suoni che accompagnano il gesticolare della lingua dei segni. Se però una di esse distoglie l’attenzione a quel che “dicono” le mani dell’altro, cioè si volta o si distrae, allora la comunicazione s’interrompe, il flusso dei contenuti si perde integralmente. Quando invece si ha la possibilità di ascoltare una conversazione, ci si può permettere il lusso di guardare altrove e fare dell’altro, come quando ascoltiamo una conferenza radiotrasmessa, perché non abbiamo bisogno di vedere e interpretare i gesti di chi parla, il nostro apparato uditivo lo fa in piena autonomia. Questo però non ci permettere di cogliere i segni non verbali della comunicazione, che spesso sono importanti quanto quelli verbali per comprendere il senso integrale del comunicato. A cosa sto alludendo? Alla difficoltà della Commissione canonistica del Sinodo di accogliere suggestioni esterne e alla conseguente limitatezza dei contenuti affrontati nel suo rapp...

Senza riforma canonica il Sinodo resta «lettera morta»

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  «Senza una traduzione canonica, tutto quello che è stato detto dall’inizio del processo sinodale, resterà lettera morta […] presto o tardi si dovrà rivedere il codice», così si esprimeva Alphonse Borras, professore emerito di diritto canonico all’Università di Lovanio, sulle pagine del quotidiano francese La Croix del 5 ottobre. Un’affermazione importante e nel contempo minacciosa: il pericolo che tutto il processo sinodale resti lettera morta esiste e incombe. Il giudizio è autorevole, perché Borras fa parte della commissione sinodale che lo scorso 22 settembre ha reso noto il suo lavoro di traduzione canonica delle proposte avanzate nel Documento finale (DF) del Sinodo sulla sinodalità. Questo importante documento, approvato il 26 ottobre 2024, era stato sottoscritto da papa Francesco un mese dopo, integrandolo direttamente nel magistero pontificio, secondo la costituzione apostolica Episcopalis communio (art. 18, § 1).   È interessante notare che sulle stesse pagi...

Le battaglie perse in partenza

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«La vera vittoria sta nelle battaglie perse in partenza ma combattute fino in fondo», così scriveva una decina di anni fa l’autore algerino Boualem Sansal nel romanzo premiato col maggior riconoscimento dell’Accademia francese, “2084: la fine del mondo”. In effetti, più che di vittoria, l’autore sembra alludere alla libertà, perché poco prima della frase citata scrive: «In ciò consisteva la libertà, nel percepire che non siamo liberi ma che abbiamo il potere di batterci fino alla morte per esserlo». Si tratta dunque di una vittoria sui propri limiti, sulle proprie paure, sulle proprie frustrazioni, più che un risultato ottenuto attraverso la battaglia combattuta. La vera vittoria, sembra dirci l’autore, sta nel coinvolgimento totale, incondizionato, alle cause che sappiamo abbracciare fino in fondo, perché ne sentiamo l’urgenza, il dovere morale, l’importanza. Sono tante, troppe, le battaglie perse in partenza che vale la pena combattere. Occorrerebbero più vite per abbracciarne alm...

I preti scompaiono, i vescovi no: i conti non tornano

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Il clamoroso calo di vocazioni al presbiterato nelle chiese di antica tradizione cattolica, come quelle europee, è un dato di fatto ormai assodato ed evidente. Non cala tuttavia il numero dei vescovi, com’è possibile? I conti non tornano. È come se un’azienda vedesse calare drasticamente il numero del personale, ma non quello dei dirigenti: qualcosa non quadra. In effetti i vescovi, non solo non diminuiscono, ma si affannano ad arginare l’emorragia del clero importandolo dalle chiese del sud del mondo, dove ancora abbonda. Li chiamano “fidei donum”, dal nome dell’enciclica di Pio XII, che nel 1957 invitava le chiese del nord del mondo, che abbondavano di clero, a “donare” preti e laici alle chiese sorelle del sud del mondo (specialmente in Africa e America Latina), che non ne avevano ancora a sufficienza.   Avete detto «fidei donum» ?   Così però il senso dell’enciclica viene stravolto: se da una parte è vero che il dono non è un atto a senso unico: come lo si offre, ...

Ma chi l’ha detto che i pastori devono comandare?

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  In Mongolia, terra di steppe e di armenti, si dice che il compito del pastore sia quello di pensare. Il pascolo, il bestiame, il pastore e il suo cane costituiscono un sistema unico, perfezionato nel corso dei secoli. Il pastore osserva la distesa erbosa e valuta come spostare al meglio il gregge. Uno sguardo al paesaggio rivela una grande varietà di vegetazione; di conseguenza, per nutrire e far crescere il bestiame, egli deve saperlo muovere in modo strategico. Per preservare la diversità della flora, le mandrie devono essere in costante movimento: devono pascolare senza eccedere, mantenendo vivo l'ecosistema con il calpestio e gli escrementi. È a queste condizioni che il sistema sopravvive e perdura.   I limiti della “cristiana obbedienza”   L'autorità del pastore non sta nel comandare, ma nell'elaborare una strategia e guidare la mandria lungo un percorso efficace, con l'ausilio dei suoi cani. Ci saranno sempre animali che non gradiscono la rotta scelt...