Permettere a tutti l'accesso al sacramento dell’ordine
Sarebbe forse una scelta troppo innovativa, troppo azzardata, eppure non avrebbe proprio niente di strano. Attualmente il canone 1024 recita: "Solo un uomo battezzato può ricevere validamente la sacra ordinazione".Questa dichiarazione è diventata il paradigma non tanto della fedeltà alle origini della Chiesa, quanto della pesantezza anacronistica del patrimonio istituzionale, un vero ostacolo alla sinodalità effettiva del popolo di Dio, costituito da tutti membri di pari dignità (cf. LG 32).
Una struttura elitaria maschilista
Faccio proprio fatica a usare tutte le espressioni che terminano per “ista”, da maschilista a femminista, da populista a qualunquista: se qualcuna è proprio necessaria, come elettricista o piastrellista, qualcun’altra è davvero insopportabile, come fascista o nazista, perché evoca eventi storici di inaudita violenza. D’altra parte, dare oggi del fascista a un vigile a Roma (per fare un esempio) è ben diverso che dirlo a un poliziotto a Santiago negli anni ‘80 o a Buenos Aires nel decennio precedente. Insomma, le cose cambiano ma occorre comunque cautela. Eppure, il canone in questione non mi dà scelta: la struttura ecclesiastica cattolica si presenta ancora, a tutt’oggi, come elitaria e maschilista, cioè governata da un gruppo esiguo ed esclusivo di maschi. Insomma, non è proprio il massimo della partecipazione e dell’inclusione!
Non una semplice questione di quote
Cerchiamo di chiarire innanzitutto la qualifica di maschilista: non si tratta semplicemente di una questione di “quote rosa”, come se fossimo in parlamento o in un qualsiasi altro organismo rappresentativo, ma di chiarire che il ruolo della donna, nella Chiesa, non è né limitato né limitante, ma di pari dignità di quello maschile. Perché questo avvenga occorre togliere gli impedimenti di genere come il nostro famoso canone 1024. D’altra parte, se i dodici apostoli erano uomini, non c'è motivo per cui i loro successori non possano essere anche donne; anzi, tra i 72 discepoli inviati in missione (cfr. Lc 10,1-20), è quasi certo che ci fossero donne, dato che ve n'erano molte tra i seguaci di Gesù (cfr. Mc 15,41 e Lc 8,3), a dispetto delle consuetudini del tempo, quando i maestri itineranti accoglievano al loro seguito essenzialmente uomini. Questo canone, quindi, erige un muro di separazione tra i fedeli basato su una visione culturale tipica di una certa epoca, più che su un'ingiunzione evangelica. Rientra anche lui nella categoria degli “ista”. Invece di facilitare la crescita e il servizio pastorale, erge una barriera, alza una soglia: quelli che non sono così non possono entrare. Come a proposito del can. 129, l’obiettivo che emerge da questa norma è quello di dividere il popolo dei fratelli e delle sorelle in Cristo, per creare un’élite, dei super-fratelli, chiamati a comandare gli altri membri della comunità cattolica grazie all’ordinazione. Anche in quel caso si introduce l’uso dell’avverbio di esclusione: solo i preti possono comandare (can. 129), solo gli uomini (maschi) possono diventare preti (can. 1024).
Una sola parola basterebbe
Per eliminare questa restrizione e abbattere il muro che separa i preti dai laici e dai religiosi non ordinati sarebbe sufficiente modificare una sola parola: invece di "uomo" (vir nel testo latino), basterebbe scrivere "fedele" (christifidelis) e il canone manterrebbe il suo pieno significato. Si potrebbe forse discutere sul fatto che il codice ponga il battesimo come unico prerequisito per l'accesso all'ordinazione; richiedere tutti e tre i sacramenti dell'iniziazione, e in particolare la comunione, dato che per essere ordinati al servizio della Chiesa, sacramento dell'unità, bisogna innanzitutto essere al servizio della comunione non sarebbe sbagliato. Ma, in realtà, i canoni successivi al 1024 hanno il compito di fornire un quadro esaustivo dei requisiti richiesti agli ordinandi, per cui ci si può limitare al battesimo come condizione di base. La vera questione fondamentale, che rimane ineludibile, è l'appartenenza alla comunità, piuttosto che il genere o il primo sacramento richiesto. Escludendo gran parte dei fedeli dall'ordinazione, questo canone divide e separa l'unico popolo di Dio, anziché unirlo: è quindi contrario al cammino sinodale.
Il ruolo della donna nella Chiesa
In effetti, non è chiara la fedeltà espressa da questo canone: se fosse una fedeltà al genere dei primi presbiteri, i primi anziani della chiesa nascente, sarebbe stato più logico aggiungere anche una soglia di età perché, se di presbitero si tratta, cioè di anziano, non può ritenersi tale un giovane venticinquenne, com’è richiesto a tutt’oggi dal codice (cf. can. 1031, § 1). Perché dunque limitarsi al solo criterio di genere e non tener conto invece della variegata composizione dei discepoli di Gesù testimoniata dai vangeli? Se le donne facevano parte della cerchia più intima dei collaboratori del Maestro di Nazareth, perché sono escluse dalla cerchia dei loro successori? E non è tutto: se Gesù risorto si è manifestato a delle donne ancor prima che a degli uomini, perché queste ultime non possono essere considerate anche oggi autentiche testimoni del Risorto? Non solo non sembrano esserci motivi cogenti per negarlo, ma non sembra ci siano motivi sufficienti per mantenere in essere una disposizione come quella del can. 1024, che invece di unificare il popolo di Dio ne discrimina una parte abbondante in maniera ingiustificata e contraddice in modo eclatante tutte le dichiarazioni ufficiali sulla pari dignità della condizione femminile rispetto a quella maschile, anzi sulla “essenziale uguaglianza dell’uomo e della donna” (cf. Mulierisdignitatem, n. 6). Qualsiasi penalizzazione di genere e di orientamento sessuale è divisiva, non inclusiva; quindi, impedisce la costruzione di un “noi” ecclesiale, perciò, in ultima analisi, è diabolica (cf. Desiderio desideravi, n. 19).
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