Donne in Chiesa (II): ancora molta strada

  

La seconda parte del rapporto, dopo il doveroso ringraziamento a tutte le donne, si concentra su tre questioni di fondo: la natura relazionale dell’essere umano, il potere di governo (potestas) e i ministeri. Già nelle prime battute il documento ammette un certo disagio nel mondo femminile, perché “pur essendosi compiuti molti passi avanti, purtroppo e senza alcun timore si deve riconoscere che molta strada rimane ancora da percorrere” (n. 3, parte II).

 

Ancora molta strada, ma verso dove?

 

Ci sembra un passaggio importante, ma non sufficiente per liberare il terreno da equivoci e mettere le basi per una riflessione costruttiva: quali passi avanti sono stati compiuti? Rispetto a cosa? E qual è la strada da percorrere, ma soprattutto verso quale direzione muoversi? Accennare a temi quali l’accesso al sacramento dell’ordine, l’istituzione di nuovi ministeri e l’opportunità di tenere l’omelia o di gestire comunità ecclesiali, non è sufficiente a eliminare il sentimento di disagio: occorre offrire risposte chiare, concrete e fondate. L’affermazione spesso ripetuta che “i tempi non sono ancora maturi” non fa altro che confermare l’immaturità di chi la usa e non sa offrire altri argomenti più solidi.

 

Il rapporto inoltre adotta una definizione di “clericalismo” estranea alle dichiarazioni magisteriali, che non permette una chiara visione del potere derivante dallo stato clericale: si legge infatti nel documento che “il clericalismo è la tendenza a trasportare automaticamente l’autorità e il ruolo unico, che competono al sacerdote nell’ambito della celebrazione eucaristica, in tutti gli altri ambiti della vita di una comunità” (n. 4, parte II). In effetti più che una condanna, sembra quasi una giustificazione, seppur mitigata dall’accenno successivo a “uno stile di guida fondamentalmente autoritario e autoreferenziale”, quasi fosse una sbavatura di quell’autorità e di quel “ruolo unico” che il testo mette con chiarezza al cuore della definizione. Il clericalismo in realtà è “un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa” (Francesco, Lettera al Popolo di Dio, 20.08.2018, n. 2), è un “atteggiamento che non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale”; è piuttosto la tendenza ad affermare come unico ed esclusivo quel potere che investe il clero con l’ordinazione sacramentale, separandolo dal resto del popolo di Dio ed elevandolo ingiustificatamente al di sopra di tutti gli altri fedeli. Non chiarire questo aspetto fuorviante, non permette di cogliere la peculiarità di un difetto sistemico che va ben oltre l’anomalia occasionale e riguarda l’intera comunità ecclesiale. 

 

Le donne continuano a trovare ostacoli

 

La “questione femminile” emerge in modo evidente al n. 6 della seconda parte, là dove il rapporto cita il Documento finale del sinodo, affermando che “le donne continuano a trovare ostacoli nell’ottenere un riconoscimento più pieno dei loro carismi, della loro vocazione e del loro posto nei diversi ambiti della vita della Chiesa, a scapito del servizio alla comune missione”. Ritengo a questo proposito che il problema sia mal posto: non si tratta semplicemente di “qualche ostacolo” a un maggior riconoscimento del ruolo della donna, quasi fosse una leggera perturbazione non ben identificata nell’andamento tutto sommato positivo del cammino ecclesiale. Si tratta piuttosto di un impedimento giuridicamente voluto e imposto, che esclude le donne dal ricevere un sacramento, quello dell’ordine (cf. can. 1024), e fino a pochi anni fa le escludeva in maniera altrettanto convita dai ministeri del lettorato e dell’accolitato: è stato necessario l’intervento di papa Francesco nel 2021, col motu proprio Spiritus domini, che modifica il can. 230 §1, per permettere loro l’accesso a un ministero cui avevano pieno diritto, come qualsiasi altro battezzato. Insomma, non si tratta di qualche imprecisato ostacolo, ma di una chiara discriminazione della componente femminile della Chiesa, fondata su una ben dubbia giurisprudenza canonica, nonché un’antropologia e una teologia a dir poco claudicanti.

 

La lettura “moderata” che il rapporto svolge sulla discriminazione femminile all’interno dell’istituzione ecclesiale condiziona evidentemente il seguito della riflessione, anche se occorre segnalare la volontà precisa di voler insistere sul “contributo essenziale delle donne” alla vita della Chiesa. Incoraggiandole però a scoprire “nuove forme di partecipazione alla guida della stessa” (n. 9, parte II), non fa che distogliere l’attenzione dal problema di fondo, che resta irrisolto: la pari dignità, gli stessi diritti. Sembra cioè che da una parte il rapporto riconosca con chiarezza l’apporto fondamentale della componente femminile alla vita ecclesiale, ma dall’altra ammetta l’impossibilità di eliminare lo scoglio radicale, il famoso soffitto di cristallo, che impedisce loro di essere considerate idonee al sacramento dell’ordine al pari degli uomini, e suggerisce di cercare “nuovi spazi di partecipazione” (n. 13, parte II): banalizzando, potremmo tradurre tale suggerimento come un invito ad entrare nell’edificio ecclesiale da una finestra, visto che la porta non si vuole aprire.

 

Intaccare la questione del potere

 

Non vorrei peraltro sminuire l’apporto significativo del documento sulla necessità di “prendere in considerazione tutte le opportunità già previste dal diritto vigente relativamente al ruolo delle donne, in particolare nei luoghi dove esse restano inattuate” (n. 22, parte II), nonché “superare un’artificiale separazione di generi e ruoli, tenendo conto, da un lato, della comune dignità di creature fatte a immagine e somiglianza di Dio e, dall’altro, del comune battesimo” (n. 23, parte II). Queste importanti affermazioni sono da cogliere e sottolineare, ma non si spingono fino ad intaccare la questione del potere (potestas), che il rapporto affronta nella seconda tappa della riflessione (nn. 19-29, parte II). Su tale delicato argomento il testo riprende l’alchimia del diritto canonico, che nel codice attuale, a differenza dei testi conciliari, riesuma le nozioni distinte di potere di governo (potestas regiminis) e potere dell’ordine (potestas ordinis). Ma su questo tema occorrerà soffermarci con calma, perciò gli dedicheremo il prossimo articolo, che chiuderà la trilogia.

 

(continua il 21/05)

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