Una magnifica chiesa per una magnifica umanità
Ecco il caleidoscopico soffitto della Sagrada familia, la basilica che finalmente verrà inaugurata in questi giorni da Leone XIV, a quasi un secolo e mezzo dall’inizio dei suoi lavori. È la chiesa più alta al mondo, con i suoi 172 metri della Torre de Jesucristo che domina Barcellona. Ma non è di questa chiesa che vorrei parlarvi, anzi sarebbe ora che la smettessimo di usare il termine “chiesa” per indicare un santuario, un duomo, una cattedrale, una basilica, una cappella… e lo riservassimo all’assemblea che in questi luoghi si raccoglie, cioè alla gente che la chiesa la costruisce e la fa vivere. D’altra parte, è questo il senso originario del temine greco ἐκκλησία, cioè chiesa, assemblea, adunanza. Insomma, smettiamola di confondere le persone con i muri, è come confondere la fantasia con la realtà, dove le persone, che sono la fantasia, superano sempre di gran lunga la realtà, innalzano muri o li abbattono. Fare chiesa non dovrebbe in alcun modo voler dire “costruire un monumento” e troppo spesso si sono fatte prima le chiese in muratura, nella speranza o nell’illusione che prima o poi la gente ci venga, cioè che la chiesa, quella vera, si faccia da sé, una volta costruito il luogo in cui raccogliere la gente. Sbagliato.
L’idea che la chiesa sia il luogo in cui si prega, si celebrano i sacramenti, ci si raccoglie in silenzio davanti a Dio, ci distoglie dal vero obiettivo di queste quattro mura: quello di riunirci in un’assemblea per fare comunità. Così la basilica, il santuario, il tempio hanno sostituito la nozione forte di comunità, altrettanto caleidoscopica che il soffitto della Sagrada familia. Stentiamo a parlare di comunità, perché ci richiama al senso di legami forti, non annacquati e distratti come quelli che ci illudiamo di mantenere con il telefonino. Ci richiama alla continuità, alla costanza e alla fedeltà, alla presenza, non a sfarfallare da un santuario all’altro, secondo le necessità o gli umori del momento. Fare chiesa dovrebbe significare fare comunità: senza la comunità non si fa la chiesa, ma senza la chiesa, quella in muratura, si può fare comunità.
Se non ci fosse una comunità che decide di costruire e portare a termine il santuario, non ci sarebbe nessun tempio da inaugurare. Ma qui viene il bello: non basta il ricco tal dei tali, che con la sua borsata di soldi sostiene i lavori, in cambio di una piccola targhetta in suo onore. In una comunità il diritto alla targhetta non si acquista coi soldi, ma con la partecipazione. Le offerte dovrebbero essere sempre tutte anonime, mentre la partecipazione sempre nominale. È la persona che partecipa, interviene, aiuta, sostiene, serve… certo, anche i suoi soldi, ma mai in ragione di questi ultimi! È sulle relazioni che si costruisce la comunità, non sui soldi, ed è sulle relazioni che si costruisce la chiesa. I soldi sono “liquidi”, li definiamo proprio così, dunque non possono servire da fondamenta per una costruzione ecclesiale. La chiesa si fonda su legami solidi: sull’ascolto della Parola di Dio e delle parole delle sorelle e dei fratelli in Cristo; sulla testimonianza di vita e di unità nel territorio dove ci si trova, perché «il mondo creda» (Gv 17, 21); sulla condivisione dei beni, perché nessuno si senta escluso e «all’interno della comunità dei credenti non [ci sia] una forma di povertà tale che a qualcuno siano negati i beni necessari per una vita dignitosa» (Deus caritas est, n. 20).
Questa è la meravigliosa chiesa che interviene nella storia della nostra “meravigliosa umanità”, come la chiama il papa nell’ultima enciclica. E qui i superlativi non sono usati per celebrare il presente ma per indicare il futuro, il destino cui tendiamo. Non è affatto per amnesia o distrazione nei confronti dei gravi problemi che incombono sulla storia dell’umanità e sulla realtà ecclesiale che sono entrambe definite meravigliose; e non è neppure perché si vogliono ignorare gli orrori commessi da più o meno illustri esponenti dell’umanità sia in campo politico che ecclesiale; è perché entrambe sono chiamate a un meraviglioso destino. «Non interpretiamo il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva. E crediamo nella forza del Regno, che si sviluppa dalla piccolezza di un granello di senape, come un seme che, una volta seminato, germoglia e cresce (cf. Mc 4,26-32). Mentre il rumore della confusione ci circonda, il bene cresce silenzioso dalla terra. Con le parole del profeta: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19)» (Meravigliosa humanitas, n. 210).
Non è sempre facile accorgercene, ma la domanda di Isaia, che il papa raccoglie, non può che interpellarci. Quante comunità in quanti continenti stanno dando vita, nella piccolezza del granello di senape, ad una meravigliosa chiesa per una meravigliosa umanità! I nostri media non ne parlano, l’intelligenza artificiale è troppo artificiale per accorgersene, non può che commettere gli stessi nostri errori di svista. Ma loro stanno là, nelle pieghe della storia, negli interstizi tra ingombranti influencers. È proprio quella chiesa che ritengo meravigliosa e che si costruisce in sordina, senza grandi inaugurazioni ma con l’efficacia di un popolo che cambia la storia e trasforma le istituzioni, che si pretendono immutabili. Una chiesa meravigliosamente democratica, perché appassionatamente popolare, non elitaria, non clericale, non stratificata. Magnificamente unita sotto il segno della Trinità: una e distinta nello stesso tempo, nella costante apertura all’altro, nella continua accoglienza dell’altro. Una chiesa che sa farsi istituzione senza sacralizzare l’istituzione.
Una chiesa senza sudditi (come ancora il codice definisce i fedeli di una diocesi) né sovrani, senza superiori né inferiori, una chiesa di fratelli e sorelle, come sognava il “poverello” d’Assisi. Una chiesa che non ha paura delle grandi basiliche perché non ha paura dei grandi sogni e non ha paura di accogliere tutti, ma neppure di uscire per andare incontro a tutti. Una chiesa che sa essere strumento di misericordia, non di giudizio, di carità, non di equilibrio di potere, di giustizia, non di sfruttamento. Sono sicuro che già esista da qualche parte in questo mondo e sono sicuro che si sta facendo strada… non ve ne accorgete?

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