Rivedere la formazione dei preti: un'utopia sinodale

  

Il 3 marzo scorso uno dei dieci Gruppi di studio del Sinodo ha pubblicato il proprio Rapporto finale. Si tratta del Gruppo n. 4, dedicato alla revisione della “ratio fundamentalis institutions sacerdotalis” in prospettiva sinodale missionaria.

 

Il testo integrale di questo articolo è disponibile sul sito dei Viandanti (www.viandanti.org). Qui solo uno stralcio. 

 

La “ratio” è un documento della congregazione per il clero (curia vaticana) che raccoglie i criteri fondamentali che guidano la formazione del clero nella chiesa cattolica. Il rapporto non poteva non attirare la mia attenzione e l’ho trovato piuttosto utopico. Diviso in due parti, una teologico-pastorale e l’altra operativa, con un’appendice, che raccoglie esempi concreti delle linee guide esposte nella seconda parte, e un corollario, che suggerisce un itinerario di realizzazione e monitoraggio delle proposte contenute nel rapporto. Dove sta l’aspetto utopico? In due considerazioni che ritengo essenziali: la prima riguarda il popolo di Dio nel suo insieme, protagonista del cammino sinodale anche per quel riguarda la formazione del clero, e la seconda la finalità specifica del IV gruppo di studio, la revisione della ratio (la cui ultima edizione risale al 2016 e la precedente al 1985).

 

Formare un popolo di discepoli missionari

 

Sull’implicazione dell’intero popolo di Dio nella formazione dei preti il documento offre degli spunti interessanti, oltre che degli esempi concreti nell’appendice. In effetti non si può trattare della formazione del clero come una cosa a sé stante, che non abbia a che fare con il resto della comunità ecclesiale. I preti sono ordinati al popolo con un atto sacramentale, che chiamiamo appunto “ordinazione”. Tant’è vero che il Documento finale del Sinodo (DF) tratta della revisione della ratio fundamentalis proprio nella parte intitolata “Formare un popolo di discepoli missionari” (nn. 140-151). A dire il vero però il DF parla della necessità di rivedere la formazione dei preti nel quadro di una necessaria revisione dell’impianto formativo di tutti i battezzati a cominciare dell’iniziazione cristiana (n. 142) fino alla «non meno necessaria» formazione dei vescovi, «perché possano assumere sempre meglio la loro missione di comporre in unità i doni dello Spirito ed esercitare in stile sinodale l’autorità loro conferita» (n. 148). Ma su quest’ultima necessità formativa, come peraltro sulla formazione in genere del popolo di Dio, non è stato istituito nessun gruppo di studio; l’attenzione si è focalizzata sulla revisione della formazione dei preti. Affrontare un aspetto senza toccare l’altro rende utopica ogni revisione, perché estrapolata dal necessario quadro d’insieme. In altre parole, per rivedere la formazione del clero occorre rivederne il ruolo in relazione alle altre componenti dell’intera comunità ecclesiale. Non farlo, rende la riflessione piuttosto aleatoria.

 

Un documento da rivedere, non da applicare

 

D’altra parte, sulla revisione della ratio fundamentalis, obiettivo specifico del gruppo di studio (formato da tre cardinali, un monsignore, quattro padri e una suora), ci ha sorpreso la decisione dichiarata già in apertura del rapporto di «non mettere mano alla ratio». Ora, per rivedere un documento, occorre necessariamente “mettere mano” al documento stesso. Perché dunque questa scelta? Nell’introduzione viene specificato che, nonostante l’assemblea sinodale abbia chiesto una revisione della ratio fundamentalis, il gruppo non ritiene «opportuno pensare in questo momento a un rifacimento della ratio in quanto tale», ma redigere un «documento orientativo» per la sua attuazione. In sostanza, il gruppo ha deciso di modificare il proprio compito e passare dalla revisione all’orientamento attuativo. Una scelta che non può non lasciare perplessi: un conto è rivedere un testo che si considera necessario modificare, altra cosa è riflettere su come attuare un documento che si vuol mantenere intatto. Il compito affidato al gruppo di studio non era quello di elaborare dei criteri applicativi della ratio, ma quello di rivederla. Il gruppo, perciò, non ha svolto il compito a lui affidato dall’assemblea sinodale. Senza nulla togliere alla bontà delle proposte raccolte nel rapporto, il mancato lavoro di revisione rischia di lasciare tali suggerimenti ai margini della questione formativa, invece di andare a toccarne il cuore, com’era previsto nel mandato ricevuto dal gruppo di studio. 

 

Valide premesse per cambiamenti incerti

 

Veniamo dunque al contenuto del documento: l’inizio è incoraggiante, perché richiama con chiarezza due passaggi fondamentali dell’ecclesiologia conciliare tratti dal primo numero delle due costituzioni Lumen gentium et Gaudium et spes. Viene riaffermato inoltre l’accento già posto dal DF sul popolo di Dio come «soggetto comunitario e storico». A questi preziosi rimandi non corrisponde però un’analisi conseguente sul loro impatto nella formazione del clero, data la scelta del gruppo di non mettere mano alla ratio. Il testo non oltrepassa quindi la narrazione: affermazioni di principio, peraltro validissime, come «tutti i battezzati godono di uguale dignità e tutti sono coinvolti nella comune missione», oppure «valorizzando tutti i carismi e i ministeri, la sinodalità consente al Popolo di Dio di annunciare e testimoniare il Vangelo alle donne e agli uomini di ogni luogo e di ogni tempo», non sono correlate da un apparato applicativo chiaro. Mi spiego: quando si parla della “comune missione” in parrocchia, chi stabilisce cosa sia e inoltre come si afferma l’uguale dignità di tutti i battezzati? Quali sono i meccanismi di valorizzazione di tutti i carismi e come vengono assimilati e utilizzati dai candidati preti? Queste importanti domande restano senza risposta e la sensazione che avverte chi lavora nel campo della formazione «è quella di un sistema che parla molto di sé stesso e cambia poco»[1]. Insomma, valide premesse per un risultato alquanto incerto.

 

Assumere una logica di riforma sinodale

 

La scelta di non “mettere mano” alla ratio esprime la volontà di lasciare le cose come stanno e conservare ingessato l’attuale sistema formativo, che sappiamo eccessivamente intellettualistico, niente affatto comunitario (in senso pastorale) e assolutamente insufficiente dal punto di vista sinodale. Rivedere la ratio in senso sinodale prevede l’assunzione piena di una riforma, non solo di una conversione interiore, che non ha neppure ancora mostrato i suoi primi passi concreti. Insomma, saluto il prezioso lavoro del quarto gruppo di studio come un ulteriore apporto all’utopia sinodale, in attesa di vederne frutti concreti.



[1] M. Vitale, “Oltre il seminario. Il sinodo invita a ripensare la formazione dei preti e osare sperimentazioni”, in Il Regno-Attualità, 6/2026,  p. 134.

Commenti

Post popolari in questo blog

Permettere a tutti l'accesso al sacramento dell’ordine

Eliminare il fondamento giuridico del clericalismo

Far diventare la comunità un vero soggetto giuridico