Donne in Chiesa: resta intatto il “soffitto di cristallo”
“La partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa” è il titolo del quinto Gruppo di studio del Sinodo dei vescovi, che il 10 marzo scorso ha pubblicato il suo rapporto finale. Quanto alla partecipazione non ci sono dubbi: è ampia, forte e necessaria. Sulla guida invece le incertezze rimangono: la famosa espressione coniata alla fine degli anni Settanta sulle donne in carriera che, raggiunti certi livelli di direzione, non riescono a sfondare il soffitto di cristallo per accedere ai vertici dell’azienda, è ancora valida nella Chiesa cattolica. Il fatto è che in ambito ecclesiale alle donne non è concesso neppure di raggiungere “certi livelli” di responsabilità (salvo eccezioni): la guida rimane loro preclusa. D’altra parte, alla guida della Chiesa, neppure gli uomini laici o i religiosi non ordinati possono accedere, come sancisce il canone 129 (su cui mi sono già soffermato nel primo articolo di questo blog). Ma allora perché un gruppo di studio su una questione già decisa?
In attesa di una “maggiore” equità
In realtà tale gruppo, ci spiega lo stesso documento nella sua prima parte, aveva in origine un altro obiettivo: riflettere su “alcune questioni teologiche e canonistiche intorno a specifiche forme ministeriali”, cioè affrontare in altre parole la questione dei ministeri laicali, del sacramento dell’ordine e del potere che ne deriva, anche in funzione del ruolo femminile. Dal canto suo il Dicastero per la dottrina della fede aveva ricevuto da papa Francesco nel gennaio del 2024 l’invito a studiare la partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa; quindi, si è deciso che il Dicastero assumesse la tematica del quinto gruppo di studio e ne redigesse il rapporto finale (cf. n. 7, parte I). Questo ha comportato però una serie di effetti anche sul contenuto del documento. Suddiviso in due parti e accompagnato da un’appendice che occupa due terzi dell’intero testo, esso si caratterizza proprio per il ricco florilegio di figure femminili rintracciate nella bibbia e nella storia della Chiesa: da Sara, la moglie di Abramo, a Wanda Poltawska, amica di papa Wojtyla, deceduta nel 2023. Nonostante la varietà e l’abbondanza delle figure evocate, nonché gli sforzi di sottolineare figure femminili che partecipano alla guida della Chiesa anche nella curia romana (cf. Appendice III), il rapporto non può esimersi dal concludere che ancora permangono le sfide per «una maggiore equità nelle relazioni ecclesiali» circa la presenza femminile (n. 21, Appendice III). In realtà occorrerebbe parlare semplicemente di equità, non di «maggiore equità», perché quando l’equità è minore manca.
Lo squilibrio delle diverse parti del documento induce a riflettere: oltre sessanta pagine di appendice a fronte di una decina soltanto sullo studio del tema, sembrano esprimere la volontà di corroborare con l’evocazione storica di figure eminenti, delle carenze nella parte dottrinale e nelle premesse. Il problema maggiore ci sembra infatti risiedere proprio nelle premesse: insieme alla storia del quinto gruppo di studio, il rapporto accenna a «tre punti fermi» (n. 4, parte I), che costituiscono la base del lavoro di redazione del dicastero. Il primo raccoglie «alcune intuizioni di papa Francesco sul tema della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa», il secondo sottolinea che «la questione dell’accesso delle donne al diaconato […] non risultava matura», e il terzo coincide con la necessità di «analizzare in profondità il profilo di alcune donne, nella storia antica e recente della Chiesa». Una lettura attenta di questi punti permette di cogliere meglio lo sviluppo del rapporto stesso. In particolare, occorre soffermarsi sul primo, perché il secondo ne è una conseguenza diretta e il terzo, come ho appena detto, sembra costituire una sorta di aggiustamento giustificativo delle prime due parti ed è confluito nella lunga appendice.
I tre punti fermi della premessa
Cerchiamo quindi innanzitutto di mettere a fuoco le intuizioni di papa Francesco che hanno guidato la stesura del rapporto (affronteremo in un prossimo articolo la seconda parte del rapporto). Il testo cita tre passaggi in altrettanti documenti pontifici: Evangelii gaudium, Querida Amazonia e Antiquum ministerium. Al n. 104 di Evangelii gaudium leggiamo: «Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma convinzione che uomini e donne hanno la medesima dignità, pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere. Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione, ma può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere».
Da questa primo testo ci sembrano emergere due problemi: 1) se nella Chiesa le rivendicazioni delle donne, legate alla pari dignità con gli uomini, sono da ritenersi legittime e non si possono eludere, allora non si può escludere dall’analisi neppure il sacerdozio riservato agli uomini, definendolo come «una questione che non si pone in discussione»; 2) se si accetta che l’oggetto della discussione sia il sacerdozio riservato agli uomini, l’esercizio della potestà sacramentale che ne deriva non è direttamente in causa ma può diventare, giustamente, un ulteriore fattore di conflitto. La questione che fa problema, dunque, non è il rapporto tra potestà sacramentale ed esercizio di potere, ma il sacerdozio stesso riservato ai soli uomini: affrontare il tema dell’esercizio della potestà sacramentale come sorgente di conflitto, significa eludere il problema principale.
Nei numeri citati di Querida amazonia (99-103) il ragionamento è meno chiaro, perché le premesse non portano alla conclusione esposta: le donne, svolgono ruoli centrali nella Chiesa e tali servizi comportano un riconoscimento pubblico e un mandato del vescovo non perché la Chiesa è sinodale, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di un sinodo sul tema, ma perché non lo è abbastanza, altrimenti non sarebbe emersa la questione dell’ordinazione delle donne. Affermare quindi che alle donne nella Chiesa non serve l’ordine sacro per fare quel che fanno, dato che Gesù era un uomo e sua madre no, non regge come spiegazione. Il tema poi del sacerdote maschio come figura di Gesù-Sposo di fronte alla comunità eucaristica, evocato al n.101, è ugualmente fragile perché richiama una questione di genere prettamente umana, là dove non è in causa, altrimenti sarebbe d’impedimento per qualsiasi prete omosessuale. Quanto poi alle doti di forza e tenerezza attribuite a Maria di Nazareth, non è possibile ancora una volta farne un carattere di genere, quali fossero doti prettamente ed esclusivamente femminili. Il fatto, dunque, che in Amazzonia intere comunità si sono sostenute a lungo grazie all’intervento di donne, non fa che accreditare l’idea di un allargamento del ministero ordinato proprio a queste ultime.
Al n. 3 di Anticuum ministerium, infine, si legge: «Uomini e donne animati da una grande fede e autentici testimoni di santità che, in alcuni casi, sono stati anche fondatori di Chiese, giungendo perfino a donare la loro vita». L’intuizione soggiacente è chiara: la lettera riconosce a uomini e donne, senza disparità e senza preconcetti, il carisma di aver sostenuto e fondato chiese, di conseguenza offre a entrambe lo stesso ministero. Questo semplice criterio di parità, che vale per il ministero istituito del catechista, dovrebbe valere per tutti i ministeri, compreso quello ordinato, ma quest’ultimo passaggio non è contemplato.
L'approfondimento sinodale
Con tali premesse il dicastero ha preferito eludere la questione del sacerdozio ordinato riservato agli uomini e considerare immatura quella dell’accesso al diaconato per le donne (cf. n. 4b, parte I), lasciando tuttavia aperta la possibilità di riflettere sul loro ruolo alla guida delle comunità o altre possibili vie di partecipazione, che a questo punto però, risulta piuttosto arduo e aleatorio identificare. La seconda parte del rapporto, intitolata «Sintesi ragionata dei temi emersi dall'approfondimento sinodale», inizia con un «doveroso grazie a tutte le donne» (n. 2, parte II)...
(continua il 7/05)

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