Una proposta globale per una società più giusta

 

 


“Una società giusta è quella che permette l’accesso di tutti i cittadini e le cittadine a un insieme di beni fondamentali, come l’educazione, la salute, l’alimentazione, l’alloggio, la cultura, ma anche un pianeta abitabile e una partecipazione più estesa possibile alla vita democratica, economica, culturale, e sociale. Una società giusta non esige in alcun caso una uniformità o un’uguaglianza assoluta” è quanto afferma l’economista francese Thomas Piketty in una lunga intervista sul 1Hebdo del 3 giugno scorso (n. 596). Con un collettivo internazionale di economisti e ricercatori ha elaborato e pubblicato un ambizioso Global Justice Project [1], che propone in modo dettagliato di delineare una nuova visione per il progresso globale nel XXI secolo: fondare lo sviluppo umano e l'uguaglianza sull'abitabilità del pianeta. Il progetto esplora le condizioni in cui il mondo potrebbe muoversi verso questo obiettivo e traccia un percorso di transizione economicamente ed ecologicamente sostenibile dal 2026 al 2100. Insomma, sembra la traduzione tecnico-scientifica della Laudato sii. Certo, c’è un aspetto utopico non trascurabile, « e lo assumiamo - afferma Piketty -. Non esiste un processo deliberativo globale per definire una società giusta, con un’assemblea mondiale in cui ciascuno possa esprimersi liberamente, senza limiti di tempo. Tuttavia esiste un dibattito su scala locale, nazionale e internazionale a cui intendiamo partecipare con i nostri lavori ». Non esiste cioè, aggiungiamo noi, una volontà politica globale di andare verso una società più giusta, anzi ci sono centri di ricerca lautamente finanziati che teorizzano una situazione mondiale sempre più ingiusta, dove i privilegiati siano sempre più privilegiati, e sempre meno, e i poveri siano sempre di più e sempre più poveri. Questa è la nostra realtà, dobbiamo prenderne atto, così come dobbiamo rilevare e favorire tutte le iniziative, soprattutto se “laiche”, che promuovano la giustizia e la pace, la solidarietà e l’ecologia integrale, e questa è senza dubbio una di quelle.

 

Un’assemblea mondiale in cui ciascuno possa esprimersi liberamente, suona proprio come un sinodo, ma non solo per i vescovi o i cattolici, un sinodo planetario sulla giustizia globale. Francamente fa sognare! Il confratello con cui ho condiviso tanti anni di missione si sbellicherà dal ridere, accusandomi come al solito di essere un inguaribile ottimista, ma trovo la proposta non solo affascinante per la prospettiva internazionalista che dischiude, ma profondamente in sintonia con lo spirito di due recenti encicliche dei nostri due ultimi papi. Facendo scorrere la Laudato sii, leggo al n. 14: «Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti». L’attuale papa rivolge un invito analogo all’umanità intera nell’enciclica Magnifica humanités; in altra forma, con altri accenti, ma con un medesimo obiettivo, quello di riunire le forze di chi vuole operare per il bene di tutti: «Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà: cʼè chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e cʼè chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura) » (n. 212).

 

Nessuno è senza responsabilità, ma perché tutti facciano la loro parte occorre che tutti si sentano parte di un unico mondo, un unico progetto, un unico destino. Se cominciamo a dividerci è finita: distinguere “noi” da “loro”, significa immancabilmente privilegiare noi per opprimere loro. Questo virus discriminatorio infetta l’umanità da tempo immemorabile, e non ne siamo ancora usciti. Negli ultimi secoli si è manifestato in modo planetario con l’impero britannico e attualmente con quello americano, ma nessun paese è immune e ha devastato popolazioni intere a qualsiasi latitudine e in qualsiasi periodo storico, con massacri, genocidi, campi di concentramento, polizie speciali, sfruttamento economico e dittature finanziarie. Oltrepassare la logica imperialista per adottare quella del bene comune, il primo grande principio della Dottrina sociale della chiesa, è «riconoscere che ogni donna e ogni uomo portano in sé una dignità inalienabile e diritti che nessun potere umano può ledere o cancellare [e ciò] chiede di plasmare il modo in cui viviamo insieme, le nostre scelte economiche e politiche, il volto concreto delle nostre città » (Magnifica humanitas, n. 59).

 

Si affaccia a questo punto un problema: fino a che punto sentiamo “nostre” le scelte economiche e politiche che stiamo vivendo? fin dove siamo disposti ad investirci nel «plasmare il modo in cui viviamo insieme»? Negli ultimi anni un’alta percentuale della popolazione ha espresso un voto anti-sistema, eleggendo rappresentanti che si dichiaravano apertamente contrari alla politica in corso e all’idea di allargare la partecipazione al bene comune a degli stranieri. Di colpo il problema fondamentale della «nostra» vita è passato dall’ineguaglianza sociale, provocata dalla concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi, alla paura degli stranieri, che vengono a sottrarci i nostri beni. Non solo non ci accorgiamo della frode che stiamo subendo, ma eleggiamo rappresentanti politici che si ergono a campioni, incompetenti e incapaci ancor più dei predecessori, tutti impegnati a ripetere tale filastrocca, senza offrire né argomenti validi a suo sostegno né soluzioni sostenibili dal punto di vista della giustizia sociale.

 

Apriamo gli occhi! Il problema non sono i migranti che ci invadono, questo è solo l’effetto di una causa ben più profonda, quella dello sfruttamento sociale e la concentrazione dei capitali. È ormai da decenni che stiamo tenendo in scacco i paesi del “terzo mondo” per sfruttare le loro ricchezze minerarie ed energetiche, illudendoli con politiche fantoccio di cooperazione internazionale mai rispettate. Il vero problema è che manchiamo di un “global justice project” e la proposta di Piketty si mostra concreta e fattibile e ci invita a riflettere anche come Chiesa: oltre alla rete di iniziative concentrate sulla questione ecologica e legata all’enciclica Laudato sii, occorre che ci adoperiamo insieme allo sviluppo della giustizia sociale integrale. Ecologia, giustizia e pace non possono che andare a braccetto, lo affermava già Isaia secoli prima di Cristo: «…allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre» (Is 32, 15-17). Una visione certamente utopica, ma tutto il cammino sinodale lo è, eppure lo stiamo percorrendo insieme.

 

 

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