La tunica inconsutile, tra Corinto e Babilonia

 

«Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità» scriveva papa Leone alla fraternità sacerdotale San Pio X alla vigilia dell’ordinazione di quattro nuovi vescovi, il primo luglio scorso, senza mandato pontificio e in pieno disaccordo con Roma, proprio su quella Tradizione a cui i lefebvriani sembrano tenere così tanto, ma solo fino al concilio Vaticano II. Ma che significa “lacerare la tunica inconsutile”, a cosa si riferisce e cosa comporta? Immagino che laggettivo inconsutile” non faccia parte del vostro vocabolario quotidiano come non lo fa del mio, credo quindi utile soffermarmi sul significato di questa espressione e sul motivo che ha spinto il papa a utilizzarla.

 

Una tunica tutta di un pezzo

 

L’immagine della tunica tessuta tutta d’un pezzo (questo significa “inconsutile”: priva di cuciture) è usata dal quarto vangelo in riferimento all’indumento portato da Gesù al momento della crocifissione, quando i soldati, una volta spogliato e crocifisso, si spartirono fra loro le vesti ma non la tunica (cf. Gv 19, 23-24). All’epoca di Gesù la tunica era una sorta di sottoveste, un camice lungo fino alle ginocchia o alle caviglie, sopra il quale si metteva un mantello o altri indumenti. L’attenzione particolare del quarto vangelo aI fatto che i soldati si siano divisi fra loro gli abiti di Gesù ma non la tunica, proprio perché quest’ultima era senza cuciture, ha favorito lo sviluppo di una costruzione simbolica intorno all’immagine di quest’ultima. Il testo evangelico cita il salmo 22, quello del giusto perseguitato, che comincia con la famosa frase: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Il versetto citato è il 19: «si dividono le mie vesti tra loro e sulla mia tunica gettano la sorte». In genere la tunica era composta da più pezzi cuciti assieme, proprio perché era indossata sotto gli altri indumenti; dunque, il particolare messo in evidenza con un preciso riferimento biblico sottolinea una riflessione originale del quarto vangelo, quella dell’integrità del corpo di Cristo, cioè la chiesa. Ritroviamo quest’idea pochi versetti dopo, quando si legge che i soldati non spezzarono le gambe di Gesù, già morto (Gv 19, 33), dove l’autore fa riferimento al salmo 34, in cui si afferma che Dio custodisce l’integrità del giusto, cioè “tutte le sue ossa”, al punto che «neppure uno di essi sarà spezzato» (v. 21). Lo stesso concetto riemerge poco più avanti, al capitolo 21 dove, a proposito della pesca miracolosa richiesta da Gesù risorto, la rete di Pietro non si strappa, nonostante l’impressionante numero di «centocinquantatré grossi pesci» (v. 11). Anche qui, nonostante la tensione provocata dal peso dei pesci, la rete si mantiene integra e unita.

 

L’unità non è uniformità

 

La simbologia dell’integrità della tunica di Cristo evoca quindi la “tenuta” della realtà ecclesiale, cioè la sua unità, il suo mantenersi unita, dunque la sua comunione vissuta nonostante le inevitabili differenze. Richiamare perciò la tunica senza cuciture nel momento in cui una congregazione clericale (fraternità sacerdotale), fondata da un vescovo che non aveva accettato le idee di tutti i suoi confratelli, vuole compiere un ulteriore strappo di quella comunione originaria, è un appello forte. Dobbiamo peraltro ammettere che non è la prima volta che la tunica viene lacerata e ci troviamo di fronte a una ennesima spaccatura di questa povera rete che perde pesci a destra e a manca: il carattere inconsutile della tunica, cioè l’unità della comunità ecclesiale, dovrebbe essere un valore sicuro, un carattere fondamentale e irrinunciabile della nostra appartenenza ecclesiale e del nostro cammino verso la ricostruzione ecumenica. Ora, mi domando, ma perché questi nostri simpatici amici, non prendono neppure in considerazione il fattore “iota”, quel piccolo particolare che aveva fatto desistere persino i soldati dal lacerare la tunica di Gesù? Quelli se l’erano giocata ai dadi, questi non se la giocano manco a scopone. Dicono di avere delle solide motivazioni per continuare sulla strada della separazione e spezzare con un atto giuridico il loro legame con l’unità cattolica, al punto da autoescludersi, chiamarsi fuori. Proviamo a capire quali sono questi motivi.

 

“Cattolica” ma non troppo

 

Se da un lato i soldati hanno scorto nel fatto di essere senza cuciture un vantaggio da non perdere, al punto da rinunciare a farne quattro pezzi, dall’altro l’unità della chiesa cattolica non sembra interessare i nostri amici d’oltralpe e d’oltre oceano (due dei nuovi vescovi sono francesi, uno svizzero e un americano). Il fattore “iota” non dice loro più nulla: che sia inconsutile o meno, l’attenzione è altrove. Ma dove esattamente? Nella “Dichiarazione di fede cattolica” che il superiore della fraternità ha indirizzato al papa nel maggio scorso, egli dichiara a nome della congregazione, che «la Chiesa Romana è l’unica a possedere al contempo le quattro note che caratterizzano la Chiesa fondata da Gesù Cristo: Unità, Santità, Cattolicità, Apostolicità» e nell’introduzione a questa stessa dichiarazione afferma che «Noi non abbiamo altro desiderio se non quello di vivere e di essere confermati nella fede cattolica romana»[1]. Ma allora dove sta il problema? Eccoci al punto dolente: la “fede cattolica romana” cui si dichiarano conformi non è quella definita dalla Chiesa stessa ma quella decisa da loro, che esclude tutto ciò che è stato deciso dal concilio Vaticano II. Se da una parte dichiarano (nello stesso documento) che «il Romano Pontefice, Vicario di Cristo, rappresenta l’unico soggetto che detiene l’autorità suprema su tutta la Chiesa», dall’altra negano di fatto questa stessa autorità, perché sono loro a decidere quale sia «l’unica vera fede, fedelmente custodita, insegnata e trasmessa dalla gerarchia cattolica attraverso i secoli». Dunque il papa e tutti gli altri vescovi si sbagliano, gli unici ad aver ragione sono loro: una strana idea della gerarchia cattolica. 

 

La “sindrome di Babele”

 

È dai tempi della prima comunità di Corinto che noi cristiani siamo vittime della sindrome anti-sinodale. Siamo sempre pronti a dire: “insieme sì, ma come dico io”; sempre pronti a dividerci in clan di chi preferisce Paolo ad Apollo, a Pietro, a Cristo (cf. 1Cor 1, 12) … vigliacca se riusciamo ad accettare la diversità! «È forse diviso il Cristo?» scriveva Paolo. A parole facciamo grandi dichiarazioni di comunione, ma nei fatti non abbiamo voglia di mescolarci con gli altri: l'altro ci fa sempre paura, è lui che deve diventare come noi e fare quel che diciamo noi. Penso sia un fattore genetico, una componente ancestrale della nostra natura di sapiens: la necessità di affermare noi stessi come criterio identificativo dell'altro. Lo sottolinea pure papa Leone nell’ultima enciclica quando parla della “sindrome di Babilonia”, riferendosi al brano biblico della torre di Babele in cui l’umanità «invece della comunione sceglie l’omologazione» (Magnifica humanitas, n. 7). Il fatto è che tale sindrome non contamina solo i fautori di scismi, ma è molto diffusa, tanto più ora che i social offrono a tutti un pulpito per diventare “influencer”, farsi un seguito, registrare le nostre omelie, i nostri commenti, le nostre analisi ed evitare accuratamente di confrontarsi con gli altri e dare loro la possibilità di interloquire in vista di una posizione comune condivisa. Insomma, purtroppo siamo in tanti a tirare la tunica inconsutile, e quelli di SPX non sono che un gruppo un po’ pretenzioso a cui un lembo di tunica è rimasto di mano. Spero si accorgano presto di quel che hanno perso e cerchino pazientemente di rammendare lo strappo. Nel frattempo cerchiamo di ascoltarci, capirci e decidere insieme.

 



[1] Fraternita Sacerdotale San Pio X, Dichiarazione di fede cattolica rivolta a papa Leone XIV, 14 maggio 2026 (https://fsspx.org/fr/publications/declaration-foi-catholique-adressee-au-pape-leon-xiv-59111#:~:text=Par%20le%20texte%20qui%20suit,de%20Foi%20entre%20Vos%20mains).

 

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