Ma chi l’ha detto che i pastori devono comandare?
In Mongolia, terra di steppe e di armenti, si dice che il compito del pastore sia quello di pensare. Il pascolo, il bestiame, il pastore e il suo cane costituiscono un sistema unico, perfezionato nel corso dei secoli. Il pastore osserva la distesa erbosa e valuta come spostare al meglio il gregge. Uno sguardo al paesaggio rivela una grande varietà di vegetazione; di conseguenza, per nutrire e far crescere il bestiame, egli deve saperlo muovere in modo strategico. Per preservare la diversità della flora, le mandrie devono essere in costante movimento: devono pascolare senza eccedere, mantenendo vivo l'ecosistema con il calpestio e gli escrementi. È a queste condizioni che il sistema sopravvive e perdura.
I limiti della “cristiana obbedienza”
L'autorità del pastore non sta nel comandare, ma nell'elaborare una strategia e guidare la mandria lungo un percorso efficace, con l'ausilio dei suoi cani. Ci saranno sempre animali che non gradiscono la rotta scelta; tuttavia, la competenza del pastore si misura dalla sua capacità di evitare che il gregge si disperda, piuttosto che dalla sua fermezza nell'imporre la propria volontà. Questo mi sembra un insegnamento importante, specie in un tempo in cui i potenti tendono a fare del proprio capriccio l’unico vero criterio strategico da seguire, a scapito del bene comune e dell’ordinamento internazionale. La Chiesa non è immune da fremiti autoritari, specie quando i pastori non sanno far valere la propria autorità se non imponendo le proprie decisioni. Essa stenta a riformare sé stessa in senso sinodale e mantiene più o meno fermamente la sua secolare struttura monarchica. L’ordinamento canonico prevede che il “popolo santo di Dio”, come lo definiscono i documenti sinodali, resti diviso in capi e sudditi: i primi destinati a comandare e gli altri a ubbidire.
Non sto esagerando. Al primo paragrafo del canone 212 si legge: «I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa». In sostanza, la responsabilità dei fedeli è ridotta alla semplice obbedienza. Ecco perché lo stesso codice li definisce “sudditi”, si legge infatti al can. 87, §1: «Il vescovo diocesano può dispensare validamente i fedeli (…) dalle leggi disciplinari sia universali sia particolari date dalla suprema autorità della Chiesa per il suo territorio o per i suoi sudditi». Ma ritroviamo lo stesso termine ai canoni 91, 136, 618, 630, 862, 885... Ora, mi chiedo: come possiamo parlare di una Chiesa sinodale, di un popolo unito, composto da fratelli e sorelle che si ascoltano e decidono insieme il da farsi, se questo stesso popolo è già in partenza suddiviso in chi comanda e chi ubbidisce? Qualcosa non quadra.
La suprema potestà del concilio ecumenico
Le radici del problema sono antiche: dopo settant’anni ad Avignone, nel 1378, ristabilito il papato a Roma, viene eletto un papa italiano, Urbano VI, che entra subito in collisione con i cardinali francesi, che erano la maggioranza. Questi dichiarano invalida la sua elezione e nominano un altro papa, Clemente VII, che torna ad Avignone. Il concilio di Pisa (1409) tenta di risolvere la situazione e nomina un terzo papa: è il caos. Allora i cardinali adottano, col decreto Haec sancta (1415), il “principio conciliarista”, che stabilisce il concilio ecumenico come autorità suprema della Chiesa, superiore a quella del papa. Ma la soluzione dura poco, perché un gruppo di cardinali, durante il concilio di Basilea (1431-1441) entra in conflitto con il papa e nomina il duca di Savoia come antipapa, col nome di Felice V. Ne segue una lunga serie di scomuniche reciproche e sentenze opposte che finalmente si risolve nel 1449 con l’abdicazione dell’antipapa e con la riaffermazione della supremazia del papa. Il quinto concilio Lateranense (1512-1517) sancisce la fine della tesi conciliarista con una condanna formale.
Non si può comprendere l’attuale struttura ecclesiastica senza fare i conti con questa lunga e complessa storia. In effetti, il secondo concilio Vaticano ha ripreso in parte la tesi conciliarista, quando ha introdotto la dottrina della collegialità episcopale: «L’ordine dei vescovi […] nel quale si perpetua il corpo apostolico, è anch'esso insieme col suo capo, il romano Pontefice, e mai senza questo capo, il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa» (LG 22). Subito dopo precisa che «tale potestà non possa essere esercitata se non col consenso del romano Pontefice», per evitare le tensioni del passato, ma resta un’affermazione importante ed è stata assunta nel diritto canonico (can. 336), con questa precisazione: «Il Collegio dei Vescovi esercita in modo solenne la potestà sulla Chiesa universale nel Concilio Ecumenico» (can. 337, §1).
Dalla “monarchia collegiale” alla democrazia
Se dunque la monarchia assoluta del potere pontificio si è trasformata in quella che potremmo definire una “monarchia collegiale”, anche il concetto di “governo” dovrebbe evolversi. La rigida prospettiva monarchica medievale non prevede che servi e padroni, quindi separa i pastori, chiamati a comandare, dalle pecore, destinate a obbedire; la prospettiva della collegialità invece intacca la rigida nozione di governo per assumerla in senso ecclesiale come “servizio di carità”, secondo l’enciclica Deux caritas est, che afferma: «L'intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia)» (n. 25). Il servizio di carità, rivolto sia all’interno che all’esterno della comunità cristiana, coincide qui con la funzione di governo, a cui sono chiamati a contribuire tutti i battezzati, pur mantenendo la sua specificità per i ministri ordinati. Tutti i fedeli infatti partecipano a questo servizio, ciascuno a modo suo, secondo la propria vocazione e il proprio carisma.
A questo punto non ci resta che riprendere in mano il can. 212 e rivederlo in senso sinodale. Si può fare? Assolutamente sì e ne dà testimonianza proprio un cardinale che di diritto canonico se ne intende, perché è stato presidente della pontificia commissione per i testi legislativi, Francesco Coccopalemerio: nella sua recente pubblicazione intitolata “La Chiesa sinodale in cammino” (Roma, 2025), egli propone una modifica del terzo paragrafo del suddetto canone, dopo aver offerto un’articolata riflessione sui motivi che sostengono tale proposta. Invece di riservare ai fedeli solo «il diritto, e talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero», come recita l’attuale testo del codice, egli propone di modificare il canone il tal senso: «Tutti i fedeli hanno la capacità di udire la voce dello Spirito Santo e in essa di conoscere il bene della Chiesa. Per tale motivo tutti i fedeli, in rapporto alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, hanno il dovere e il relativo diritto di cooperare al bene della Chiesa, anche nel governo di essa» (p. 113).
Governare, cioè servire tutti insieme
Sulla stessa scia di pensiero, potremmo proporre la seguente modifica del primo paragrafo dello stesso canone. Invece di riservare ai fedeli la “cristiana obbedienza” alle decisioni dei Pastori, come si legge attualmente, si potrebbe modificare il testo nel modo seguente: «Tutti i fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad aderire con cristiana obbedienza alle decisioni emerse dal discernimento sinodale». È ovvio che, in questa formulazione, la nozione di “fedeli” non si riduce ai soli laici, ma tocca tutti i battezzati, anche gli ordinati, tutti consapevoli di far parte dello stesso gregge e riconoscere l’unico Pastore.

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