I preti scompaiono, i vescovi no: i conti non tornano


Il clamoroso calo di vocazioni al presbiterato nelle chiese di antica tradizione cattolica, come quelle europee, è un dato di fatto ormai assodato ed evidente. Non cala tuttavia il numero dei vescovi, com’è possibile? I conti non tornano. È come se un’azienda vedesse calare drasticamente il numero del personale, ma non quello dei dirigenti: qualcosa non quadra. In effetti i vescovi, non solo non diminuiscono, ma si affannano ad arginare l’emorragia del clero importandolo dalle chiese del sud del mondo, dove ancora abbonda. Li chiamano “fidei donum”, dal nome dell’enciclica di Pio XII, che nel 1957 invitava le chiese del nord del mondo, che abbondavano di clero, a “donare” preti e laici alle chiese sorelle del sud del mondo (specialmente in Africa e America Latina), che non ne avevano ancora a sufficienza.

 

Avete detto «fidei donum» ?

 

Così però il senso dell’enciclica viene stravolto: se da una parte è vero che il dono non è un atto a senso unico: come lo si offre, così lo si riceve. Dall’altra però l’obiettivo dell’enciclica era quello di colmare una lacuna, in vista di costituire un clero locale, che si stava formando, non quello di rimpiazzare un clero che sta scomparendo. In altre parole, non si trattava di mantenere in vita diocesi moribonde, che non hanno più la forza di reggersi con le proprie risorse umane, ma di aiutare a costruire una chiesa nascente. Qui la chiesa sta morendo o quantomeno sta cambiando il proprio criterio di sussistenza e i fidei donum non vengono per sostenere un processo di sviluppo ecclesiale in atto, ma per assistere alla progressiva scomparsa di una chiesa che non sente più il bisogno di preti e non ne fa più.

 

In effetti, ad aver bisogno di preti sono i vescovi. Alla gente, ai fedeli, certo non dispiace di “poter disporre” del proprio parroco nella sua canonica, ma non prevede affatto di mettere i propri figli a repentaglio nella carriera ecclesiastica, soprattutto coi tempi che corrono e con gli scandali che si susseguono. Si tratta quindi di una chiesa che, volenti o nolenti, si sta contraendo e sta rivedendo la propria struttura, il proprio assetto organizzativo. In tale contesto, reclutare preti per soddisfare la necessità di mantenere le diocesi esistenti, non è solo rischioso, ma è addirittura fuorviante, perché non fa altro che ritardare il momento in cui toccherà fare i conti con tale cambiamento in atto. Cosa aspettano insomma i vescovi a rivedere l’intera struttura organizzativa ecclesiale?

 

Stiamo assumendo personale qualificato

 

Ormai sono tante le diocesi in cui oltre la metà del clero non è autoctona e il processo è in continua crescita, non sta certo rallentando, visto l’assottigliarsi progressivo del numero dei seminaristi. Alcuni sostengono che le vocazioni al presbiterato sono numerose solo nei seminari di comunità o movimenti tradizionalisti, dove si indossa la tonaca e si celebra in latino o secondo il rito antico. Sembra sia questa un’esigenza delle nuove generazioni. E si accusano i rettori “moderni” di non saper rispondere ai bisogni dei giovani candidati preti. L’idea di fondo è che il seminario non debba formare i nuovi ordinandi in vista di un progetto di chiesa, ma semplicemente rispondere ai loro bisogni e alle loro esigenze. Se questo è l’obiettivo di una struttura educativa chiamata a discernere la chiamata di Dio, non ci siamo.

 

Di più: se anche il quarto gruppo di studio sinodale, che doveva rivedere la ratio fundamentalis della formazione ai candidati al sacerdozio, invece di svolgere il compito che le era stato affidato, ha preferito riflettere su come applicare tale ratio senza modificarla di una virgola, la situazione è grave. Troppo spesso bravi preti si vedono caricare del delicato compito di rettore di seminario senza un’adeguata formazione specifica. Nessuno però nasce imparato e, vista la scarsità di centri specialistici in pedagogia pastorale, non mi stupisce di saperli in difficoltà, nella ricerca paziente di preparare i giovani al ministero ordinato, invece di adeguarsi ai loro bisogni psicologici e spirituali. Qui non si tratta di assumere “personale qualificato” dall’estero, ma di rivedere il nostro progetto di chiesa.

 

Ma a che serve un prete?

 

Ora mi chiedo: se la comunità cristiana non sente la necessità di avere dei preti, e non invita i propri giovani a svolgere questo ministero, cioè non si fa carico della vocazione presbiterale, non significa forse che sente le celebrazioni eucaristiche e i sacramenti come un servizio da ricevere e non come un’azione da compiere in prima persona (plurale)? Se così è, non serve a nulla chiamare preti da altri paesi senza prima aver chiarito tale pregiudizio: la celebrazione resterà sempre qualcosa di estraneo alla vita dei fedeli. Se tanto c’è chi garantisce il rito, perché devo preoccuparmi di come lo si celebra o di come lo si vive? D’altra parte, più il rito è incomprensibile, più ci avvicina al sacro, che è misterioso per sua natura. Quindi poco importa se il prete non parla bene la mia lingua, non comunica granché e fa quel che vuole, l’importante è che celebri la sua messa per le mie intenzioni… lo paghiamo per questo, no?

 

E qui il problema raggiunge il culmine: se importiamo preti per mantenere il servizio sacramentale garantito da decenni nelle nostre diocesi, senza sviluppare un percorso di riforma ecclesiale elaborato insieme con i fedeli, innestiamo semplicemente degli operatori qualificati all’estero (quindi con cultura, sensibilità e visione ecclesiale diversa) nelle nostre chiese, creando un doppio cortocircuito pastorale. Da una parte la gente li considererà come dei funzionari stranieri che intervengono per soddisfare il loro “fabbisogno sacramentale”; dall’altra i nuovi fidei donum non trovano la corrispondenza che si aspettano dai fedeli per concretizzare la loro visione di chiesa, quella in cui si sono formati.

 

Il vero problema pastorale

 

D'altra parte anche noi, fidei donum di vecchia generazione, avevamo il problema della lingua locale, che i direttori dei centri missionari risolvevano facendo spallucce. La questione finanziaria però era risolta in modo diverso: il nostro salario si riduceva della metà di quello ricevuto in patria, per non gravare sulle deboli casse delle giovani chiese del sud del mondo (sprovviste di concordato e relativo otto per mille), ma questo non ci impediva di fare collette presso amici e conoscenti per aiutare la nostra gente, improvvisandoci gestori di progetti, più o meno capaci di rendicontazione. Per fortuna gli attuali fidei donum possono beneficiare del salario dei preti diocesani, con relativa soddisfazione dei propri vescovi di origine e utili ricadute a favore di famigliari e amici.

 

Resta però irrisolto il problema pastorale: quale chiesa stiamo mantenendo e quale rapporto stiamo istaurando con le chiese del sud del mondo? Che effetto farà tra qualche lustro una chiesa impoverita di preti autoctoni, mantenuta in vita da un esercito di bravi fidei donum, che la sostengono con tanta buona volontà, poca formazione (né più né meno di quella che avevamo noi andando nelle loro comunità qualche decennio fa) e quattro spiccioli? Noi abbiamo fatto la nostra parte e loro stanno facendo quel che i vescovi domandano, ma non possiamo chiedere loro di risolvere il problema della nostra crisi ecclesiale: le vocazioni al presbiterato mancano qui. Quel che occorre, ed è urgente, è una reale ristrutturazione ecclesiastica, con una drastica riduzione del numero delle diocesi (i cui abitanti non dovrebbero scendere al di sotto del milione) suddivise in vicariati, unità pastorali, parrocchie e comunità di base, con larga partecipazione dei laici nella gestione pastorale. Calano i preti, calano i fedeli, quel che occorre non è un “accanimento terapeutico” per mantenere il numero dei vescovi, ma delle comunità generative fondate sulla disponibilità sinodale dei fedeli.

 

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