Le battaglie perse in partenza



«La vera vittoria sta nelle battaglie perse in partenza ma combattute fino in fondo», così scriveva una decina di anni fa l’autore algerino Boualem Sansal nel romanzo premiato col maggior riconoscimento dell’Accademia francese, “2084: la fine del mondo”. In effetti, più che di vittoria, l’autore sembra alludere alla libertà, perché poco prima della frase citata scrive: «In ciò consisteva la libertà, nel percepire che non siamo liberi ma che abbiamo il potere di batterci fino alla morte per esserlo». Si tratta dunque di una vittoria sui propri limiti, sulle proprie paure, sulle proprie frustrazioni, più che un risultato ottenuto attraverso la battaglia combattuta. La vera vittoria, sembra dirci l’autore, sta nel coinvolgimento totale, incondizionato, alle cause che sappiamo abbracciare fino in fondo, perché ne sentiamo l’urgenza, il dovere morale, l’importanza.

Sono tante, troppe, le battaglie perse in partenza che vale la pena combattere. Occorrerebbero più vite per abbracciarne almeno alcune. Nei giorni scorsi si è svolta a Roma la marcia di un centinaio di preti, in rappresentanza degli oltre duemila che compongono il collettivo “Preti contro il genocidio”, per manifestare contro lo sterminio del popolo palestinese e la vendita di armi all’esercito israeliano. La marcia denunciava in particolare l’uccisione di oltre trecento bambini, dopo la fantomatica dichiarazione mai rispettata del cessate il fuoco a Gaza. Trecento giovani vite spezzate che vanno ad aggiungersi agli oltre 18.000 bambini uccisi durante la guerra. I nomi dei trecento bambini sono stati scritti dai manifestanti su un lenzuolo, che è stato disteso e portato lungo il percorso, che si e snodato da Borgo Santo Spirito (nei pressi di San Pietro) a piazza Monte Grappa, dove c’è la sede dell’azienda Leonardo (ex Finmeccanica). Si tratta della seconda azienda europea di armi, dopo l’inglese BAE Systems, ed è la quattordicesima al mondo.

Insomma, la battaglia per la pace è una battaglia persa, tali e tanti sono gli interessi che la contrastano, specie in tempi come questi in cui l’arroganza e la prepotenza dei capi di stato delle maggiori potenze mondiali sembra non avere limiti. La marcia di quel centinaio di preti non è che un momento simbolico, pressoché insignificante, di fronte al silenzio dei potenti della terra, a cui troppo spesso si unisce quello di buona parte del magistero ecclesiastico, nonostante i reiterati inviti alla pace del papa. Tra le tante eccezioni vogliamo citare il patriarca emerito di Gerusalemme, che ha indirizzato proprio ai preti in marcia sulle strade di Roma queste parole[1]:

Cari sacerdoti di Cristo, che avete avuto il coraggio di chiamarvi “Preti contro il genocidio”, pregate prima di tutto con noi che siamo in Terra santa e non abbiamo più parole in questo lutto senza fine.

 

Qui, ora, in Al Quds, continua la passione di Gesù Cristo nella passione del suo popolo santo.

 

Ora, a Gerusalemme, quel Gesù che qui ha redento il mondo, porti al più presto la pace che il mondo non può dare.

 

Qui, ora, la morte regna ovunque e viene moltiplicato l’odio e versato ancora sangue. Pietà, Signore per le vittime che sono state uccise, in un sudario senza fine, ben oltre settantamila persone solo a Gaza.

 

Qui non c’è più umanità. Pregate perché il rispetto per la vita sia nei cuori di tutti i governanti, a Gerusalemme e in tutto il mondo.

 

Qui a Gerusalemme Dio manifesti a tutti la sua potenza e si sperimenti la sua misericordia. Signore pietà.

 

Pregate per Gerusalemme: sia la città della Redenzione, della vita nuova. Sia la città santa per tutti i suoi abitanti e tutti diventino costruttori di pace.

 

Pregate per Gaza, dove il genocidio, che voi non volete dimenticare ogni volta che vi collegate come preti, non si potrà più cancellare dalla memoria della storia.

 

Non dimenticate la West Bank, dove la pulizia etnica sta giorno dopo giorno sottraendo tutto al nostro popolo palestinese.

 

Dio Onnipotente, e misericordioso abbia pietà dei suoi figli e figlie per tutto il male che si ostinano a fare in questo tempo di genocidio e di supplica incessante. Signore, pietà.

 

Michel Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme,

Al Quds, 22 settembre 2026

 

Di fronte a un tale scoramento non mi resta che aggiungere le parole con cui aprivo questa mia riflessione: «La vera vittoria sta nelle battaglie perse in partenza ma combattute fino in fondo». Non è ammissibile tacere o far finta di niente davanti al dramma di un’umanità calpestata fino all’annientamento, attraverso il lucido e dichiarato intento di cancellare l’esistenza di un intero popolo e annullare il suo diritto a esistere e autodeterminarsi. Al largo delle coste di Gaza ci sono importanti giacimenti petroliferi, tali da attirare l’avida attenzione delle grandi compagnie, pur impegnate nel grande bluff del “green new deal”. La posta in gioco è tale da giustificare la distruzione e la deportazione di milioni di persone? Purtroppo, l’evidenza ci costringe ad ammetterlo e, a quanto dicono gli stessi amici israeliani che manifestano da tempo contro il governo in carica e contro la guerra a Gaza, se anche l’attuale primo ministro dovesse perdere le prossime elezioni, la strategia devastatrice non cambierebbe.

Fino a quando i nostri governi europei, lacchè del despota d’oltreoceano (peraltro regolarmente eletto, come il primo ministro israeliano) saranno disposti ad accettare, giustificare e sostenere la politica della tabula rasa perpetrata impunemente dall’esercito israeliano a Gaza e nel sud del Libano nonostante gli appelli e le condanne delle Nazioni Unite e di molti paesi del mondo? Il silenzio dei nostri governanti e di tanti nostri pastori non può essere interpretato come neutralità: è troppo simile all’omertà, dunque alla complicità. E stride brutalmente di fronte alla pronta e giustificata reazione che essi hanno avuto al momento dell’invasione russa dell’Ucraina. Anche allora però, come in ogni guerra, il torto non è mai solo da una parte, né la ragione dall’altra, ma per chiarire le diverse responsabilità occorre che le armi tacciano ed è questo il motivo fondamentale per cui molti non vogliono farle tacere. Altri, come i costruttori e venditori d’armi, non si interessano neppure delle responsabilità, tanto di una parte come dell’altra, l’unico loro interesse, l’unico loro dio è il profitto. E a questo punto la sconfitta è certa: non ci può essere vittoria in una battaglia vinta in partenza, dove c’è posto solo per la prevaricazione. Ed è questo che malauguratamente stiamo permettendo a Gaza.


[1] Testo tratto dal sito https://bocchescucite.org/preghiere-dalla-palestina-e-il-kairos-di-gerusalemme/

 

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